#FLTA: la testimonianza di Martina Fontanarosa

Abbiamo chiesto a Martina Fontanarosa, borsista FLTA (Foreign Language Teaching Assistant) a.a. 2016-17 una testimonianza sul suo anno negli USA. Ne è uscita un’intervista molto intensa e coinvolgente con un finale sorprendente: a settembre uscirà un libro, ispirato all’anno trascorso negli USA dal titolo “Una storia Montana”.

Nell’a.a.2016-17 lei è stata negli USA tramite il bando FLTA (Foreign Language Teaching Assistant), perché ha scelto proprio questo tipo di opportunità? Era già stata negli USA prima?

Quando ho intrapreso il percorso di formazione per diventare docente d’italiano L2 all’indomani del conseguimento della mia laurea magistrale, il bando Fulbright FLTA, di cui ero venuta a conoscenza tramite la mia università, è diventato da subito un obiettivo da raggiungere per le potenzialità di crescita professionale e personale che prometteva di offrire. L’esperienza, infatti, univa la possibilità di acquisire importanti competenze professionali nell’ambito della docenza, alla curiosità nei confronti della cultura americana, il
cui interesse si era accesso durante l’estate del 2008 quando, alla fine del mio secondo anno di laurea triennale, ho frequentato un corso di letteratura americana presso la UMass Boston e ho potuto sperimentare in prima persona un modo diverso di trasmettere il sapere rispetto a quello a cui ero abituata.
La domanda di partecipazione al bando Fulbright ha comunque atteso diversi anni prima di concretizzarsi, tempo in cui mi sono formata e ho avuto modo di fare esperienze d’insegnamento importanti tra l’Italia e l’Australia. Dato il prestigio del programma, infatti, la mia intenzione è stata quella di arrivare alla selezione con un bagaglio di esperienza tale da poter offrire il meglio di me all’incarico e, allo stesso tempo, avere una maturità tale da poter ottenere il meglio dall’esperienza per la mia crescita personale.

Come si è trovata alla University of Montana? Di cosa si occupava esattamente? Come passava le sue giornate? C’erano altri borsisti FLTA?

Il mio anno a Missoula, presso la University of Montana, è stato indimenticabile per le persone incontrate, i luoghi vissuti e le cose imparate.
Il mio compito era quello di insegnare italiano a principianti assoluti e portarli fino alla fine del semestre, con l’obiettivo di insinuare in loro l’interesse sufficiente a continuare anche nel secondo semestre con il corso di Italian 102 e il personalissimo scopo di far conoscere loro
la mia cultura al di là degli stereotipi e della lingua. Durante l’anno, infatti, mi sono occupata anche del “Circolo italiano”, una serie di incontri culturali aperti a studenti e amatori dell’Italia, all’interno dei quali ho organizzato due rassegne cinematografiche: “FilmItaly”,
una selezione di commedie da cui abbiamo tratto spunto per discussioni sociologiche sul Bel Paese, e “ItalianA – Italian women’s cinema”, una selezione, non esaustiva, di film interpretati dalle donne più rappresentative del cinema italiano.
Il lavoro all’università è stato allo stesso tempo entusiasmante e faticoso. Essendo l’unica insegnante d’italiano nel Dipartimento, gran parte del primo semestre l’ho trascorso a costruire un programma che gli studenti fossero in grado di seguire ma che fosse anche arricchito da attività che li avvicinassero quanto più possibile all’Italia, così lontana dallo stato del Montana da cui, molti di loro, non erano ancora mai usciti.
Fortunatamente, pur non avendo colleghi d’italiano, ho sempre potuto contare sul confronto con gli altri docenti del Dipartimento, sempre disponibili, e sul fedele aiuto della borsista FLTA austriaca, Karoline, con cui ho condiviso tutto: casa, ufficio e amici. Quello stesso anno con noi all’University of Montana c’erano anche una borsista FLTA indiana e uno
irlandese, grazie ai quali abbiamo potuto partecipare ad un divertente Holi festival e conoscere da vicino l’hurling, la cui squadra universitaria esiste dal 2013 proprio grazie al lavoro di un borsista Flubright.
Oltre ai panni dell’insegnante, però, il Programma mi ha dato la possibilità di vestire anche quelli da studentessa, dandomi l’opportunità di frequentare dei corsi a scelta tra tutta l’offerta dell’università. Grazie a questi, mi sono avvicinata alla storia afroamericana, dalla
schiavitù al rap, con lo stimolante e appassionato Prof. Tobin Miller Shearer; ho girato un cortometraggio su pellicola 16mm imparando le basi della cinematografia e ho appreso tecniche di Creative Drama da riadattare ed applicare in modo innovativo all’insegnamento delle lingue per un apprendimento più efficace.

Quando pensa a quell’anno passato negli USA, qual è il primo ricordo che le viene in mente?

I ricordi sono tanti perché è stato un anno intenso in cui ho vissuto momenti che porterò sempre con me: dal primo incontro con i miei studenti, alla cerimonia del Commencement di fine anno aperto dalla voce del capo tribù Blackfeet che ha intonato un canto nativo di buon
auspicio per i diplomandi; passando per il Giorno del Ringraziamento trascorso a quattordici chilometri dal Canada ospitata da una tipica famiglia dell’America del Nord, tra tacchino ripieno, pumpkin pies e teste imbalsamate di alce appese alle pareti.
Poi ci sono i ricordi legati alla Fulbright: l’induction week a Standford, San Francisco e la mid-year conference a Washington DC, dove ho avuto modo di conoscere borsisti Fulbright provenienti da tutto il mondo, condividendo con loro culture ed esperienze. Sono state occasioni che hanno accresciuto un senso di appartenenza ad una community grande
quanto i paesi da cui ognuno di noi proveniva, e che ancora oggi mi fa sentire più vicina a molte culture e a molti paesi che non ho ancora avuto modo di visitare ma che mi sembrano comunque già più familiari.
La prima immagine che mi viene in mente quando penso all’anno passato negli USA, comunque, è la grande e bizzarra M di cemento sul Monte Sentinel alle spalle del bellissimo campus della University of Montana. È il simbolo che mi ha accolto quando sono arrivata ed
è stata sempre presente in tutte le stagioni della mia esperienza a Missoula, facendo da cornice ad ogni momento: le pause pranzo, i caffè con i colleghi, le partite di football e hurling, le passeggiate in bicicletta, le attività ricreative per docenti e studenti.

Rodeo a Missoula
Induction Week a Stanford

Quest’esperienza come l’ha aiutata nel suo percorso professionale? La consiglierebbe a chi volesse conoscere più da vicino gli Stati Uniti?

Ho fatto questa esperienza poco prima dei 30 anni e venivo già da diversi anni vissuti all’estero. Pensavo di sapere cosa aspettarmi dall’ennesima esperienza in un altro paese e mi sono dovuta ricredere poiché è stato un anno completamente diverso dagli altri. Credo che il motivo sia legato a due ragioni in particolare: la Fulbright e l’imprevedibilità della destinazione che mi era stata assegnata.
La Commissione Fulbright ha fatto fin da subito un ottimo lavoro di costruzione del senso di appartenenza ad una community che condivide lo stesso spirito di apertura e scambio. Ogni borsista Fulbright ha ragioni diverse per scegliere di partecipare ma, qualsiasi sia il progetto che ognuno porta avanti, c’è un fil rouge che accomuna tutti, da sempre, ed è lo spirito con cui questo programma fu ideato dal Senatore J. William Fulbright.
La seconda ragione che ha reso importante questa esperienza è stata l’assegnazione di una destinazione che non era stata la mia prima scelta ma che si è rivelata fondamentale per la mia crescita personale e professionale.
Mi sono trovata di fronte alla sfida di lavorare con studenti incuriositi dall’idea di poter ordinare un cappuccino come un vero italiano, ma che non avevano realmente una forte motivazione per essere in classe, se non quella di superare il corso per completare gli studi.
Ho avuto la difficoltà di dover impostare il programma didattico da zero e l’ho fatto costruendolo sulla base dell’osservazione giornaliera delle complessità degli studenti e delle loro esigenze. Ho quindi sperimentato, valutato l’impatto sull’apprendimento degli studenti e riformulato se necessario, affinando le mie capacità di adattamento, pazienza,
osservazione delle problematiche e risoluzione delle stesse. Il tratto che ho maggiormente sviluppato durante l’esperienza e che si dimostra tutt’oggi fondamentale nella mia professione è l’autonomia decisionale. Attualmente, infatti, non insegno più l’italiano come L2 ma lavoro ancora nell’ambito universitario e l’anno vissuto negli Stati Uniti mi ha sicuramente preparato strutturalmente ad affrontare le nuove sfide che si sono aperte per
me negli anni successivi.
Consiglio di avvicinarsi al Programma Fulbright a chiunque voglia uscire dalla propria comfort zone, sperimentando se stesso in un ambiente completamente nuovo, e a chiunque voglia davvero conoscere gli Stati Uniti e abbia l’apertura mentale di farlo al di là degli stereotipi.

A settembre uscirà un libro ispirato al suo soggiorno in Montana, può condividere con noi altri dettagli?


L’anno in Montana si è rivelato una grande fortuna per me. Difficilmente nella vita avrei mai pensato di spingermi, anche solo come turista, in una parte così remota degli Stati Uniti, poco nota ai più. Eppure c’è così tanto da scoprire in quei luoghi che mi rendo conto che conoscerli è stato per me un privilegio e un’opportunità fuori dall’ordinario che valeva la
pena di essere raccontata, prima o poi.
Ho sempre scritto racconti, fin da quando ero piccola, ma non ho mai avuto l’ardire di mettermi di fronte ad un progetto strutturato come un romanzo. L’anno negli Stati Uniti mi ha dato anche questa possibilità perché è stata l’occasione di conoscere la persona che, del tutto inconsapevolmente con il suo modo di essere e le sue vicende familiari, ha ispirato il libro “Una storia Montana” che uscirà il prossimo settembre, edito da Edizioni Montag.
Si tratta di un romanzo di formazione i cui protagonisti, Lucia, Aaron e Webster, impareranno ad ascoltare se stessi attraverso il confronto con gli altri, prendendo coscienza delle proprie necessità e del proprio valore. Ma è anche un romanzo che racconta il Montana e gli Stati Uniti dell’entroterra americano attraverso l’osservazione e la percezione
di una protagonista italiana che si trova a tu per tu con una cultura per molti aspetti lontana dalla sua e che cerca di capire e farne parte. È un romanzo in cui s’intreccia la fantasia della narrazione a luoghi realmente visti, persone realmente incontrate e fatti realmente
vissuti ma reinterpretati e ricollocati in una storia che acquisisce una sua propria identità, allontanandosi ben presto dalla mia vicenda personale.
Scrivere questo romanzo è stato per me un modo di ridare vita ai ricordi incredibili di quell’esperienza; la sua pubblicazione, invece, è un modo per dare il mio personale contributo alla diffusione di quanto conosciuto negli Stati Uniti e di partecipare, anche a distanza di anni, all’obiettivo di scambio culturale che il Programma si pone.